Proposta del premier: vendiamo le case popolari
Un piano per la cessione degli alloggi popolari, grazie a mutui vantaggiosi concordati con gli istituti di credito. Ma chi acquista dovrà provvedere a ristrutturarli. Questa la risposta diSilvio Berlusconi alle critiche piovute sull'operato del governo all'assemblea annuale
dell'Ance, l'associazione dei costruttori edili.
"C'è un piano per la cessione delle case popolari - ha detto il premier - che oggi è un fenomeno negativo perché sono lasciate ad un degrado assolutamente inaccettabile. Chi le comprerà, potrà oltre a pagare il prezzo della casa, anche operare delle ristrutturazioni non solo delle case, ma di interi quartieri". Berlusconi ha aggiunto che il governo "sta vedendo assieme al sistema creditizio" come offrire mutui a bassissimo interesse" per favorire questo piano.
Una proposta bocciata a stretto giro dal Sicet, il sindacato inquilini della Cisl che è pronto a scendere in piazza. "Siamo nettamente contrari alla vendita dei 720 mila appartamenti di edilizia pubblica soprattutto se i soldi ricavati dovessero finire a sanare il bilancio dello Stato come successo per la vendita delle case degli Enti di previdenza", dice il segretario generale Ferruccio Rossini. "Una proposta che va contro i diritti elementari dei cittadini". Semmai, dice ancora il Sicet, per fronteggiare l'emergenza abitativa bisognerebbe incrementare il patrimonio dell'edilizia abitativa popolare in linea con quanto avviene in Europa dove la Francia conta circa 3 milioni e mezzo di alloggi popolari e la Gran Bretagna oltre 4 milioni.
Per andare incontro alle richieste dei costruttori Berlusconi ha sfoderato poi un'altra carta: un piano per la costruzioni di alloggi a basso costo da realizzare in collaborazione con Comuni e Regioni. Anche se, ha aggiunto, "la collaborazione con i Comuni è difficile perché sono sempre generosi con le spese correnti e molto meno con investimenti in infrastrutture".
"I tempi dell'amministrazione pubblica non sono quelli di un'impresa privata", ha aggiunto Berlusconi rivolgendosi agli imprenditori edili. "Voi sosteneteci un po' di più, non dobbiamo mollare - ha concluso - oggi solo il 20% dei cittadini non ha una casa, ma con la concretezza che caratterizza noi uomini del mattone si potrà costruire un paese più moderno e più giusto e in cui tutti possano avere una casa".
Basterà per soddisfare la richiesta di investimenti in infrastrutture lanciata dai costruttori?
A sentire il cahier de doleances risuonato ieri nell'assemblea dell'Ance si direbbe che sia solo un primo passo, a cui dovranno seguire fatti concreti. Non solo non sono stati varati i provvedimenti sollecitati - ha denunciato il presidente Claudio De Albertis - ma addirittura si è assistita a una progressiva riduzione delle risorse destinate alle opere pubbliche. "Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prendendo parte un anno fa all'assemblea dell'Ance, aveva dimostrato -ricorda De Albertis - di condividere in pieno, tra le altre richieste dei costruttori, quella di una nuova politica urbana. Tuttavia ad oggi del pacchetto di provvedimenti proposti dall'Ance e al centro dei tavoli congiunti Ance - Governo - dalla legge obiettivo per le città alle proposte per una nuova politica degli affitti e per una riforma della fiscalità immobiliare - non resta traccia".
Al contrario: "il settore ha dovuto registrare non solo la progressiva riduzione delle risorse per le opere pubbliche (- 14,2% con la finanziaria 2005, dopo il taglio del 16% che si era già avuto nel 2004), ma anche le conseguenze del tetto del 2% imposto alla spesa delle pubbliche amministrazioni".
Un cambiamento, per il presidente dell'Ance, oltre che necessario, e', comunque, possibile a condizione che vengano definite "con chiarezza le nuove strade da imboccare"."In questo grande progetto di rilancio gli imprenditori delle costruzioni - ha assicurato- sono disposti a collaborare con il massimo impegno con Governo e Parlamento". Quello che l'Ance propone e', insomma, una "alleanza delle forze produttive per un nuovo sviluppo", "un grande patto mirato a rimettere in moto l'Italia, come avvenne 60 anni fa con la ricostruzione e il miracolo industriale".
L'Ance pone le città al centro della nuova grande sfida che si apre per il futuro del Paese. "Saranno le città, con il loro ruolo di incubatrici di sviluppo, ad ospitare i protagonisti del nuovo modello produttivo post-industriale. In questo senso le politiche di crescita del Paese
non possono che diventare politiche di sviluppo e riqualificazione urbana", ha detto De Albertis. "L'anno scorso abbiamo proposto al governo una serie di interventi fiscali, che non sono stati presi in considerazione per meri motivi di gettito. Si tratta invece di provvedimenti che avrebbero ricadute positive anche a livello macroeconomico: dagli incentivi per la riorganizzazione degli assetti patrimoniali delle imprese (che ne favorirebbe la crescita dimensionale oggi ostacolata dalla tassazione delle plusvalenze), alla possibilità di rivalutare i beni immobili delle imprese mediante il pagamento di un'imposta sostitutiva del valore rivalutato (es. 4%, come previsto per le aree edificabili da privati)".
Quest'ultima misura - ha concluso -"specie in vista di Basilea 2, risulta ancora piu' importante in quanto consentirebbe l'adeguamento dei valori patrimoniali delle imprese a quelli di mercato e una maggiore trasparenza dei valori di trasferimento degli immobili con effetti positivi sul gettito e sul mercato".
L'Ance sta poi studiando la possibilità di costruire case per la locazione in cambio di contributi "in natura", come ad esempio l'utilizzo di aree con destinazione non residenziale,
oppure sconti sugli oneri di urbanizzazione, incrementi volumetrici, assegnazione di aree/immobili in diritto di superficie a canone simbolico, e un regime fiscale mirato per
chi realizza e gestisce case in locazione a canone sostenibile. Per i lavoratori non residenti l'Ance propone infine un collegamento tra rapporto di lavoro ed alloggio e un regime fiscale mirato.
